#vialadivisa, su Facebook l’abbraccio virtuale alle vittime della polizia

People for #vialadivisa è nata il 25 febbraio, e in pochi giorni ha già raggiunto quasi 8mila like. Segno che è divenuto realtà l’abbraccio virtuale immaginato dalle creatrici della pagina Facebook che prende il nome dalla petizione che chiede la destituzione dei 4 poliziotti condannati (per omicidio colposo) per la morte di Federico Aldrovandi, rivendicazione portata nelle strade della sua Ferrara dal corteo che il 15 febbraio scorso sfilò accanto ai parenti delle vittime della polizia.
Prima tra tutte, appunto, Patrizia Moretti. Che non è solo la mamma di Federico, ma anche una delle personalità più attive nella lotta contro gli abusi delle forze dell’ordine. Tanto da scrivere anche al nuovo presidente del Consiglio, Matteo Renzi: “Chi ha provocato la morte di mio figlio non ha disonorato la divisa? [..] Davvero la discrezionalità del corpo di polizia può consentire che quei quattro agenti, a fronte di tanti comportamenti giudicati disonorevoli dai magistrati e dagli stessi vertici di polizia, continuino onorevolmente ad indossare la divisa dello Stato?.”

Nella scia di questo moto di insofferenza verso le violenze perpetrate da agenti pagati per servire uno Stato che li difende (e li copre), ma che non si identifica mai con quella comunità che dovrebbe essere tutelata, nasce allora uno spirito di solidarietà che Caterina e Matilde, due ragazze di stanza a Londra, hanno tradotto in versione social tentando di catalizzare gli “abbracci che arrivano da tutto il mondo”.
Oltre la denuncia. “Non siamo qui per raccontare fatti già noti, quanto per dare spazio alle immagini più che alle parole.“
Tantissime, di ogni età e provenienza. Come queste, una minuscola selezione presa dall’archivio foto di People for #vialadivisa:

Altre testimonianze sono state postate su Twitter:

Accusato da due figlie di violenza sessuale: operaio assolto a Novara

Il pm aveva chiesto la condanna. L’uomo, originario del Togo ma da anni residente nel capoluogo, ha trascorso un anno in carcere.
marco benvenuti
NOVARA

Non è un padre pedofilo. O, almeno, non ci sono prove per dirlo: le vittime, sentite in più occasioni e anche in aula dai giudici, non hanno convinto.

 

Per A.C., operaio di 43 anni originario del Togo, residente a Novara da anni, imputato di violenza sessuale nei confronti di due delle cinque figlie (quelle avute dal primo matrimonio), ieri è arrivata la fine di un incubo: assolto. Dopo oltre un anno di carcere – fu arrestato dalla polizia il 26 novembre 2012 – dall’altro giorno è libero. Può tornare a casa dalla compagna e dai familiari. Le due vittime rimangono nella comunità protetta cui erano state affidate dopo la denuncia choc.

Il pm Irina Grossi aveva chiesto 8 anni di carcere: si erano associati anche gli avvocati delle due ragazze, Antonella Lobino e Simona Gabbiani.

 

«Continuo a ritenere che le figlie abbiano detto la verità» ha commentato il pm dopo la lettura della sentenza. Convinzione fortemente espressa anche dai due legali di parte civile che valuteranno, dopo il deposito delle motivazioni, se presentare appello: «C’è stata un’istruttoria dibattimentale che ha complicato e confuso il quadro emerso inizialmente in fase di indagine. Il collegio è stato garantista ma noi riteniamo che le ragazze siano vittime di abusi».

 

Secondo l’accusa le due sorelle, all’epoca minorenni, avevano subìto rapporti sessuali quasi quotidiani, dietro minaccia di essere rimandate nella terra d’origine, dall’aprile 2009 sino all’estate 2012 quando, dopo essersi confidate con un’assistente sociale, erano state allontanate dall’appartamento nel quale erano andate ad abitare con il padre. Il difensore dell’imputato, l’avvocato Paolo Mastrosimone: «Ho sempre creduto nell’innocenza del mio assistito. E’ stata una prova difficile visto il grande disvalore sociale del reato».

fonte

Le vedove nere della Russia

Nella regione del caucaso, le donne islamiche che perdono figli e mariti combattono nella rivoluzione islamica contro la Russia

Le vedove nere della Russia

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Il 4 gennaio scorso, gli uffiiciali locali del Dagestan sono andati a casa di Zuleikha Karnayeva e le hanno mostrato la foto del più grande amore della sua vita: suo figlio Khan, che aveva mandato a studiare l’arabo a Il Cairo circa un anno prima. Nella foto il ragazzo aveva lo stesso sorriso di sempre, ma era vestito in mimetica e teneva un kalashnikov in mano. Gli ufficiali hanno detto alla donna che Khan non si trovava in Egitto per studiare, ma sarebbe diventato un rivoluzionario che lotta contro la Russia ricercato dai servizi di sicurezza federali. La donna si sentì’ il cuore arrivare in gola: “quel giorno tutto ha perso senso”, ha detto. Se una volta amava i pantaloncini corti e le maglie che mostrano l’ombelico, la donna ora indossa vestiti lunghi e coprenti e un jihab nero e si è unita alla comunità di musulmani salafiti russi. La donna ha quindi iniziato a cercare tracce di Khan in tutti i siti vietati che mostravano le attività dei guerrieri musulmani: ha trovato un video in cui compariva il figlio e l’ha guardato centinaia di volte fino a che non è stato rimosso da internet. Ora ogni due settimane la polizia si reca a casa della donna in cerca di esplosivi. Il 6 maggio dello stesso anno, degli uomini in divisa mimetica hanno evacuato tutte le case di via Dostoevskij, dove vive la Karnayeva e hanno arrestato il marito della donna, tornato a casa dopo n’assenza di molti anni e un periodo in carcere. Circa un’ora dopo, la donna ha sentito un’esplosione: gli ufficiali avevano fatto esplodere la sezione anteriore della sua casa perchè si trattava di un’operazione anti-terrorismo. La stessa settimana sono state fatte saltare in aria altre due case. La Karmayeva è stata lasciata con una casa a metà in mezzo alle macerie della sua “vita senza senso”. La storia è stata riportata dal Daily Beast.

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DONNE SOLE – Storie come quelle della Karmayeva sono tristemente comuni nelle montagne del Caucaso, dove la diffusione dell’Islam e della violenza ha radicalmente cambiato le abitudini di vita di molte donne. Se in precedenza molte di queste ragazze dovevano rassegnarsi all’idea di andare in spose a sconsciuti tramite un matrimonio combinato, negli ultimi anni sono state lasciate a casa da mariti e figli che sono andati a vivere nelle foreste per unirsi alle truppe dei rivoluzionari, molti dei quali sono morti spezzando il cuore a madri e mogli abbandonate a loro stesse. In questi casi, molte donne si convertono all’islam più conservatore in cerca di qualche connessione spirituale con i loro morti. La polizia ha segnalato centinaia di casi in cui donne salafite sono state indicate come “terroriste” che aiutano gli insorti e non sempre ha avuto torto. Negli ultimi 12 anni infatti, 46 donne si sono trasformate in bombe umane commettendo in tutto 26 attacchi terroristici suicidi. La maggior parte delle attentatrici provenivano dalla Cecenia o dal Dagestan. Nel 2010, dopo che due donne del Dagestan si sono fatte esplodere nella metropolitana di Mosca, la polizia ha pubblicato una serie di foto che ritraevano le 22 “vedove nere”, ovvero quelle donne così disperate da poter commettere attentati suicidi e aiutare i terroristi.

EMARGINATE DALLA SOCIETA’ – Dopo che la lista con i nomi e le foto è diventata pubblica, la vita di queste donne è diventata ancora più cupa: le persone hanno iniziato ad additarle per strada, i datori di lavoro le hanno licenziate, gli insegnanti trattavano male i loro figli. Alcune di loro hanno continuato a farsi saltare in aria, ma ora, nel periodo antecedente alle olimpiadi invernali di Sochi, la repressione del fenomeno da parte della polizia è diventato particolarmente aggressivo. Questa primavera, come “mossa preventiva” i funzionari hanno fatto saltare in aria le abitazioni di alcune vedove, proprio come è accaduto aa Zuleikha Karnayeva. Mentre non sono ancora chiare le motivazioni che spingono queste “vedove nere” a commettere gli attentati, è chiaro il filo conduttore dell’esistenza di queste donne sia la sofferenza accompagnata dalla solitudine. Nel Caucaso, amore e frustrazione  sessuale sono argomenti tabù, di cui non si può parlare nemmeno con le amiche più intime. Kheda Saratova, un’attivista per i diritti umani, ha intervistato queste donne nel tentativo di scoprire quali siano i traumi interiori che le spingono ad aderire al movimento militante radicale. “Parlano solo di problemi di routine o della casa, ma mai dei problemi relazionali o della loro vita sessuale, temono di essere umiliate pubblicamente”, ha detto la Saratova. Da giovane la Karnayeva non avrebbe mai pensato di diventare un’emarginata: come la maggior parte delle ragazze del Caucaso si era sposata grazie a un matrimonio combinato con un uomo di nome Asadula, che le ha permesso però di vestirsi con abiti occidentali.

I MARITI COME MARTIRI – Nel 2003, Asadula era scomparso: la Karnayeva ricevette presto notizia del fatto che un tribunale di Mosca lo aveva condannato a tre anni di carcere e di lì a poco gli sarebbe stata diagnosticata la schizofrenia. La donna perse molto peso, si trasformò in un automa, continuando a lavorare come cameriera durante i matrimoni. Nel villaggio della Karnayeva, le ragazze musulmane conservatrici vedono il martirio dei loro uomini nella guerra contro la Russia come una cosa estremamente positiva: “E’ morto difendendo l’islam  ed è divenuto un martire, che per me è una bella notizia”, ha detto Anzhela Dolgatova, una giovane donna in un’intervista rilasciata il 19 maggio dell’anno scorso dopo che suo marito è rimasto ucciso durante un’operazone speciale.

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Riforma geografia giudiziaria, migliaia di imprese falliranno

La riforma della geografia giudiziaria voluta da Berlusconi e attuata da Monti porterà presto alla chiusura di migliaia di piccole imprese che orbitavano intorno alle strutture dei tribunali e delle  sezioni distaccate.Bar,edicole,cartolibrerie,tabacchini,ecc…si troveranno presto a dover abbassare la serranda a causa della mancanza di introiti che percepivano grazie alla vicinanza di queste presidi di giustizia.La politica ha guardato solo ad un risparmio fantasma, perchè con gli accorpamenti, gli aggiustamenti e traslochi si dovranno spendere centiania di migliaia di euro, senza tener conto che molte città si vedranno privarsi di sedi che lavoravano tantissimo anche senza molti magistrati e giudici.Ancora una volta la politica ha guardato verso un solo lato, lasciando da soli imprese e lavoratori, che nel giro di pochi mesi si ritroveranno senza un reddito.Gli accorpamenti non servono a niente, ma solo ad intasare una giustizia malata e logora.Risparmiare il fitto di qualche stabile a discapito di migliaia di imprese lascia sempre di più convinti che il cittadino italiano è visto come una cavia da laboratorio.Dovevano tagliare sulla polticia, ed invece tagliano sempre sulla povera gente che è stanca delle tasse che dissanguano, e di questa politica che spara nel mucchio.La consulta si è uniformata alla volontà della Cancellieri e di Napolitano i quali hanno sempre affermato che questo processo geografico di giustizia non doveva avere intoppi.Il programma andrà avanti e le imprese falliranno.Evviva L’Italia!

Redazione

Fatemi abortire per vivere” Il dramma di Isabel arriva in tribunale

Abortireth
Suo figlio nascerà comunque morto,
ma la legge le impedisce d’interrompere la gravidanza
Il vescovo di San Salvador: «E’ uno stratagemma per legalizzare l’aborto, siamo contrari»
gian antonio orighi
Madrid

Il dramma di Isabel, 22 anni, sta scuotendo El Salvador. La giovane donna incinta di 4 mesi, che soffre di Les (Lupus eritematoso sistemico, una grave alterazione del sistema immunitario), e di insufficienza renale, con la salute tanto peggiorata per la gravidanza da mettere a rischio la sua vita

e con il figlio in grembo che nascerà morto perchè anencefalico (senza cervello), chiede disperatamente che le sia permesso l’aborto, che però è sempre proibito nel Paese centro-americano come in Cile, Repubblica Domenicana, Honduras e Nicaragua.

Isabel, che se abortisse illegalmente rischierebbe 8 anni di galera, si è rivolta al Tribunale Supremo, che sta vagliando il caso. Il rappresentante dell’Onu a El Salvador, Roberto Valent, appoggia la sua richiesta, come la ministra della Salute, María Isabel Rodríguez. Amnesty Internacional tuona: ”La sua sopravvivenza dipende dalle autorità e ogni ritardo è crudele e disumano”. Ma il vescovo di San Salvador, José Luis Escobar, è contrario: “Sembra uno stratagemma per conseguire la legalizzazione dell’aborto. Chiedo all’Alta Corte di ricordare che per la Costituzione una persona umana è tale dal concepimento”.

LaStampa.it

Delitto Scazzi: Sabrina e Cosima hanno ucciso Sarah?

In questo processo ci sono troppe cose che non comprendo, e credo che tanti italiani si faranno le stesse domande.Veniamo al punto: la sentenza ha dichiarato Cosima e Sabrina  colpevoli dell’omicidio di Sarah Scazzi, ed ha condannato Michele Misseri per occultamento di cadavere.Adesso senza entrare negli aspetti tecnici e giuridici del processo proverò ad esaminare gli elementi che non capisco.

1-Michele Misseri si dichiara colpevole dell’omicidio, ma da almeno 11-12 versioni differenti.
Prima domanda:perchè Michele cambia più volte versione? Perchè parla di violenza carnale e poi ritratta?

2-Michele fa ritrovare il telefonino di Sarah ed i vestiti bruciati.

Perchè fa ritrovare il telefonino ed i vestiti?

3-In un secondo momento accusa la figlia Sabrina come colpevole dell’omicidio.

Perchè accusa solo la figlia Sabrina?…Perchè tiene fuori la moglie Cosima?

4-Fa ritrovare il corpo della ragazzina.

Perchè decide di dire dove si trova il corpo della ragazzina?….Gli inquirenti non sarebbero mai riusciti a trovare il corpo

5-Il sogno del fioraio

Perchè il fioraio prima dice di avere visto Cosima e Sabrina trascinare Sarah nella loro auto, e dopo ritratta dicendo che si trattava di un sogno?

6-Michele Misseri si dichiara di nuovo colpevole

Perchè Michele dopo l’arresto della figlia e della moglie si dichiara di nuovo colpevole non cambiando mai più versione?….Perchè gli inquirenti non credono nella sua colpevolezza?

7-Di questo delitto non si conosce quasi nulla.Non si conosce il posto esatto dell’emodicidio.Non c’è l’arma del delitto.Non si conosce l’ora esatta, non c’è un movente plausibile.

Quali elementi avevano i giudici per condannare madre e figlia?

Può essere questa solo una condanna indiziaria?

Se è così…….per voi è una sentenza giusta?

Redazione