I fondamentalisti cristiani che seviziavano i bambini

Ventotto bambini sono stati liberati stamattina: vivevano in una setta di fondamentalisti cristiani, dedita alle punizioni corporali e, si teme, abusi sessuali.

I fondamentalisti cristiani che seviziavano i bambiniRedazione– –5 settembre 2013- Ventotto bambini sono stati liberati all’alba di oggi a Deiningen nei pressi di Augsburg in Baviera, dalla polizia. I piccoli erano “ostaggi” di una setta di fondamentalisti cristiani, le Dodici Tribù, che vivono segueno alla lettera il Vecchio e il Nuovo Testamento.
I bambini vivevano in una comunità agricola governata dai religiosi: sottoposti a punizioni corporali e costretti a non frequentare alcuno al di fuori della comunità, non potevano godere neanche di un’istruzione da parte delle scuole. Per questo, cento poliziotti, stamattina, sono intervenuti e, rintracciati i piccoli, li hanno dati in affidamento provvisorio ad altre famiglie.

La setta ha un’origine statuinitense, ma, ad oggi, è molto diffusa in tutti i paesi. Questa crede fermamente nelle punizioni corporali, ma, ufficialmente, non è stato ciò ad allertare la polizia, quanto, invece, l’assenza di un’educazione qualificata per i piccoli. Ufficiosamente, invece, è plausibile credere che la polizia abbia deciso il blitz per “evitare danni permanenti” ai piccoli -soprattutto considerato che l’anno scolastico non è ancora stato inaugurato, e dunque non vi era nessun’urgenza da questo punto di vista-. D’altronde, gli agenti e gli inquirenti hanno il sospetto che, all’interno della setta, i bambini fossero sottoposti ad abusi, anche sessuali, non infrequenti nei testi sacri. Già cinque membri delle Dodici tribù erano stati indagati e, successivamente, assolti per violenze sui minori.

Di contro, la setta ha diramato un comunicato, leggibile sul proprio sito internet, in cui si definisce “una comunità aperta e trasparente e contraria a ogni forma di abuso sui bambini”.

http://www.articolotre.com/2013/09/i-fondamentalisti-cristiani-che-seviziavano-i-bambini/202217

Traffico organi Cina, bambino 6 anni rapito per cavargli gli occhi

Orrore in Cina per le immagini di un bambino di soli 6 anni ricoverato in ospedale ormai senza piu’ gli occhi dopo che e’ stato rapito per 4 ore durante le quali trafficanti di organi gli hanno cavato gli occhi per vendere le cornee sul florido mercato nero dell’immenso Paese. I bambino e’ stato ritrovato dai genitori sanguinante in un campo con accanto gli occhi ma senza piu’ cornee.

La polizia ha offerto una ricompensa da 100.000 yuan (12.200 euro) per chiunque fornira’ informazioni utili ad arrestare il colpevole, che secondo i racconti del piccolo sarebbe una donna, che ha prima anestetizzato il piccolo prima di rimuovere i suoi occhi. In Cina c’e’ un gap incolmabile tra i 300.000 in attesa di trapianto di organi e le sole 10.000 operazioni ufficiali eseguite ogni anno.

http://www.affaritaliani.it/cronache/cina-trafficanti-organi-rapiscono-bimbo-cavargli-occhi290813.html

Il sesso e l’inferno delle rifugiate siriane

 

Una donna siriana.

 

Arrivano a centinaia ogni giorno, con i bimbi piccoli appresso e i figli adolescenti prestati alla guerra.
Raggiungono la Giordania con mezzi di fortuna, a volte a piedi, a volte al seguito di parenti, su macchine cariche all’inverosimile di merci e di speranze.
LASCIARE L’INFERNO ALLE SPALLE. Le donne siriane vogliono lasciarsi l’inferno alle spalle: cercano pace e sicurezza dopo due anni di bombe e sangue. Ma, sempre più spesso, nei campi profughi allestiti per raccoglierle trovano sfruttamento e violenza sessuale.
EVITARE IL PECCATO DELL’ADULTERIO. La nuova prigione si chiama misyar (matrimonio temporaneo): uno strumento messo a disposizione dall’Islam agli uomini di fede per evitare il peccato di adulterio.
Il misyar (legale solo in Arabia Saudita ed Egitto) permette a un uomo e a una donna di avere rapporti sessuali, anche se non vivono nella stessa casa.
È un’usanza molto diffusa tra i ricchi maschi del Golfo, soliti stipulare matrimoni temporanei per sollazzarsi in vacanza per poi abbandonare le “mogli” al termine del soggiorno.
“MERCE DA SFRUTTARE” A BASSO COSTO. E i nuovi campi profughi son diventati immensi mercati di donne senza mezzi. Quindi comprabili e sfruttabili a basso costo.
«Le donne sole sono costrette a ricorrere a rischiose strategie di sopravvivenza, come il matrimonio temporaneo oppure a scambiare prestazioni sessuali in cambio di cibo o di un posto dove vivere», spiega a Lettera43.it Asmaa Donahue, responsabile dell’International rescue committee, una delle associazioni che aiutano le profughe.
Il campo di Zaatari, nel Nord-Ovest della Giordania, è diventato, secondo i rapporti di tutte le associazioni presenti sul territorio, il più trafficato centro per matrimoni rapidi tra donne siriane e uomini provenienti da altri Paesi, in particolare i ricchi affaristi del Golfo.

Madri e figlie costrette ad accettare

Rifugiate siriane in un campo profughi in Giordania.

 

Il business è facile e la scelta ampia. Le ragazze siriane, infatti, normalmente sono senza mezzi e non hanno l’opportunità di avere una mahr, la dote prevista dalla tradizione islamica: quindi non hanno alcuna possibilità di contrattare o rifiutare una proposta.
Non solo: molte madri non sanno cosa altro fare con le loro figlie. Conoscono i rischi di queste unioni, ma le accettano nella speranza che portino a un matrimonio duraturo e normale.
EPILOGO SPESSO TRAGICO. Ma l’epilogo, spesso, è tragico. Quando i mariti si stancano delle giovani, normalmente nel giro di poche settimane o mesi, le rimandano indietro alle loro famiglia. Nessuno può opporsi, perché il matrimonio non è legalmente registrato presso il governo giordano, essendo riconosciuto dall’Arabia saudita ma non dalla Giordania.
PROSTITUIRSI PER SOPRAVVIVERE. E le ragazze abbandonate dai loro mariti misyar cadono in disgrazia nella comunità e molto spesso sono costrette a prostituirsi per sopravvivere.
Il fenomeno dei matrimoni temporanei ha addirittura creato nuove opportunità di occupazione.
UN LAVORO DA BROKER MATRIMONIALE. Um Majid, un 28enne scappato da Homs, la città simbolo della resistenza a Bashar al Assad, a Zaatari lavora come broker di matrimoni. «Tutto è iniziato quando un’organizzazione locale mi avvicinò per chiedermi se conoscevo belle ragazze», racconta senza nascondere la vergogna.
«La maggior parte della mia attività si svolge attraverso il passaparola. Ma a volte devo cercare di persona le potenziali spose per i miei clienti», prosegue.
«Per me questo lavoro rappresenta la sopravvivenza», specifica come a giustificarsi, con malcelato imbarazzo.
L’ULTIMA SCELTA DISPERATA. A causa dello stigma che in Medio Oriente si associa alla prostituzione è estremamente difficile ottenere informazioni sulla sua diffusione nella comunità dei rifugiati. Gli operatori umanitari locali sembrano rifiutarsi di ammetterne l’esistenza. Ma chi ne parla, tra molte resistenze, precisa che si tratta di un comportamento disperato, scelto da chi non ha realmente altro mezzo per sopravvivere.
Come la giovane 16enne a capo coperto rispedita indietro dopo essere stata sposata sei mesi con matrimonio misyar: al suo rientro era un disonore persino per gli abitanti del campo, e vendere il suo corpo è stato il solo modo per potere mangiare.
LE ASSOCIAZIONI UMANITARIE. Le associazioni umanitarie, Unicef in prima fila, lavorano per arginare il fenomeno. Ma i soldi sono pochi e le emergenze tanto. Al momento ci sono circa 250 mila bambini siriani in Giordania e più di 2 mila rifugiati passano ogni giorno la frontiera. Le aspettative, secondo l’Unicef, è che i numeri raddoppino entro luglio e triplichino entro dicembre, se la guerra non cesserà.
«I Paesi donatori finora hanno elargito solo un quarto di quanto si erano impegnati a dare per affrontare la crisi, in più gli impegni erano stati presi sulla base di stime nettamente inferiori ala realtà attuale», conclude Asmaa Donahue.
UN BUDGET DA 12 MLN DI DOLLARI. I conti sono facili da fare: l’Unicef nel 2013 ha un budget di 12 milioni di dollari contro i 57 milioni stimati come indispensabili per garantire i servizi minimi ai profughi della guerra di Assad. Così, la responsabile locale, Hydee, conclude amarissima: «Se non riceviamo nuovi finanziamenti mesi prossimi mesi saremo costretti a ridimensionare drasticamente i servizi per i profughi. E temo che di nuovo a pagare il prezzo più alto saranno le donne».

lettera43

Fatima piccola schiava bruciata viva a 14 anni

Accade in Marocco,

la poccola Fatima aveva solo 14 anni, è morta tra atroci sofferenze dopo che è stata punita dai padroni che  le hanno dato fuoco chissà per quale motivo.La bambina giungeva all’ospedale di Agadir in fin di vita, e tutti i tentativi dei dottori sono stati vani.I due carnefici sono persone di cultura, perchè lui è un poliziotto mentre  la moglie è un’insegnate.Il tema dei minori che lavorano in Marocco è all’ordine del giorno, ci sono migliaia di bambini che lavorano come domestici oppure nelle campagne con un salario di 10 dollari  al mese, quanto basta per essere evenduta l’adolescenza e la purezzada parte delle loro famiglie.Questo tema stride fortemente con la campagna di sensibilizzazione mondiale sul tema della dignità dei minori.Povertà e ignoranza riducono milioni di bambini  come bestie, e noi adulti siamo i loro carnefici invece di essere la loro libertà e la loro speranza.

Redazione

Birmania:bambini decapitati come bestie

I minori vittime nello scontro tra i buddisti e la minoranza musulmana dei Rohingya. L’appello alle Nazioni Unite

di Alberto Sofia

In Birmania tra le vittime dello scontro tra buddisti – di etnia rakhine – e musulmani ci sono anche bambini e minori, vittime di assalti, anche dentro le scuole. La denuncia arriva da sei  associazioni europee e nordamericane dei Rohingya: Burmese Rohingya Associa3on of North America (BRANA), Burma Task Force USA (BTF-USA), il Myanmar Muslim Civil Right Movement (MMCRM), Free Rohingya Campaign (FRC) e lo European Rohingya Council (ERC): in un comunicato hanno mostrato al mondo in quali condizioni si trova la minoranza musulmana alla quale da anni sono negati diritti e cittadinanza. E che resta oggetto di persecuzioni e pogrom: come denuncia anche Rohingya.org da mercoledì 20 marzo sono ripresi gli scontri, che hanno causato almeno una ventina di morti nella città di Meikhtila, dove è stato proclamato lo stato di emergenza: “Molti musulmani sono stati uccisi, almeno 14 moschee e centinaia di case musulmane sono state distrutte, i negozi danneggiati e saccheggiati. Mentre restano più di 20 mila gli sfollati”, si denuncia. Un dramma che non risparmia nemmeno i bambini: 24 sarebbero stati decapitati dai buddisti.

I BAMBINI LAPIDATI – Sono state le associazioni occidentali dei Rohingya a lanciare un appello alle Nazioni Unite: il clima in Birmania è quello della guerra civile e a farne le spese sono soprattutto i minori della comunità musulmana. Secondo quanto riportato, 24 minori sono stati decapitati mentre si trovavano a scuola. “Condanniamo questa strage troppo spesso silenziosa e senza senso, che continua in questi giorni con i disordini di Meikhtila e altre decine di morti”. Secondo le accuse la furia dei buddisti non ha risparmiato i minori: già lo scorso novembre il Times aveva raccontato la strage di diversi bambini, sgozzati senza pietà nello stato birmano di Rakhine, che si trova al confine con il Bangladesh. Un’area dove gli scontri tra le due fazioni hanno già causato circa 200 morti e lasciato 110mila persone sfollate, negli ultimi mesi. Le vittime sono per lo più islamiche. E il sangue è tornato protagonista tra le strade della Birmania, come denunciato dalle associazioni che all’estero si battono per i diritti della minoranza. “Soltanto un intervento delle Nazioni Unite può salvare i Rohingya dal massacro: centinaia di bambini continuano a perdere la vita, tra l’indifferenza generale”, si accusa. Per questo la richiesta all’Onu è di costringere il governo birmano ad aumentare le misure di sicurezza nei confronti della minoranza, e di salvaguardare soprattutto i minori.

VIOLENZE CONTINUE – Quella nei confronti dei Rohinya è una persecuzione che ormai va avanti da tempo: in Birmania si pratica la “caccia al musulmano”, con il governo incapace di difendere la vita di persone al quale non sono riconosciuti diritti elementari. In particolare, nello Stato del Rakhine vivono più di 800 mila rohingya,  su una popolazione complessiva di circa quattro milioni di persone. Eppure la minoranza musulmana non è considerata spesso come “birmana” dalla gente: diverse organizzazioni umanitarie, compreso l’Acnur, hanno spiegato come la popolazione li discrimini e come i Rohingya siano oggetto di violenze. Un pogrom: è negata la stessa cittadinanza, mentre la minoranza non è nemmeno libera di spostarsi nel territorio birmano, sposarsi o avere accesso alle cure sanitarie e all’istruzione. Eppure la maggior parte dei Rohingya – in totale un milione in tutto il paese, ndr – appartengono a famiglie che risiedono nella regione fin dall’800, quando furono importate dagli inglesi come manodopera agraria. Negli ultimi scontri sono state distrutte numerose case dei Rohingya e un paio di moschee, parzialmente date alle fiamme e decine sono stati i morti.

SILENZIO – Il massacro rischia di pagare il silenzio della comunità internazionale. Per questo l’appello alle Nazioni Unite per un intervento rapido, in modo da sollecitare il governo a prendere misure adeguate alla loro tutela. Ma la questione dei Rohingya, che già vivono da clandestini in patria, non sembra interessare molto le potenze che hanno accolto il Myanmar di nuovo tra la comunità civile dopo le riforme che hanno restituito al paese una parvenza di democrazia. Il regime continua ad essere lodato nonostante i militari abbiano la maggioranza in parlamento e non ci sia stata una vera discontinuità con la vecchia politica del regime. L’unica misura adottato dalle autorità birmane è stata la proclamazione dello stato di emergenza nella città di Meikhtila, nel centro del Paese, dove da mercoledì sera continuano gli scontri e i morti. Gli ultimi sarebbero scattati dopo una lite in una oreficeria, terminata con l’uccisione di un monaco.Fonte

I bambini non devono sapere che si muore. O forse sì, ma solo nei film e nei videogiochi

I nostri bambini hanno una grande dimestichezza con il principio di distruzione: già a sette, otto anni hanno alle spalle una buona carriera di accoppatori di zombie, mostri, poliponi, brutti ceffi, tutti regolarmente liquidati da raffiche precise sparate nel videogioco. Loro stessi, come del resto accadeva da bambini anche ai loro fratelli maggiori e ai loro padri, spesso “muoiono”, perché colpiti a tradimento dal nemico di turno.

“Mi restano ancora sette vite”, garantisce mio figlio come un gatto, e riprende la sua battaglia immaginaria. E’ il gioco delle parti, una finzione teatrale in cui si ammazza e si crepa senza mai soffrire. In questi giorni, però, mi sono chiesto se i bambini devono avere un contatto reale con la malattia e la morte, o se non è il caso di intristirli inutilmente. Una zia sta male, e poi sta peggio, e viene ricoverata in ospedale o in clinica, smagrisce, tossisce tremendamente, la luce brillante del suo sguardo si opacizza, la sua solita allegria si spegne poco a poco. E poi, una notte, muore. C’è la camera ardente, i fiori attorno alla bara, e nella bara il corpo senza più vita, il cadavere – oh, che parola orribile. Ci sono gli amici di sempre, i parenti adulti, qualcuno piange, gli altri fuori parlano a voce bassa, ricordano, sospirano. E i bambini non ci sono, perché sono piccoli, innocenti, spensierati, perché non è il caso di farli incupire, di spaventarli. Non devono sapere che si muore, o forse sì, ma nei libri, nei film, nei videogiochi, dove si possono ancora sistemare le cose, dove nulla è veramente reale.

 

Il bambino deve sapere tutto, l’inglese, lo spagnolo, la musica, deve frequentare la scuola calcio, il judo, la piscina, deve migliorare, crescere, attrezzarsi per un futuro sempre più incerto: ma non deve sapere nulla della morte. Povera stella, lo vogliamo far piangere per zia? Non è meglio che se la ricordi simpatica e splendente, mirabilmente viva? E’ una rimozione profonda, la perdita della dimensione metafisica, assoluta, verticale: senza il contatto con la morte, la vita può confondersi, perdere la giusta valutazione degli eventi, imbrogliare la gerarchia dei valori. Credo che l’assunzione interiore dell’idea della morte non peggiori l’esistenza, tutt’altro, rende prezioso ogni giorno, ogni momento, abbassa ogni presunzione e ogni superbia, ci fa sentire parte della grande famiglia dei viventi – esseri umani, animali, alberi – destinata goccia a goccia a svanire e a ricrearsi.

 

Chi ha visto e capito la morte, ama la vita, perdona, avverte l’unità del tutto, l’energia che ci lega e ci slega. Il bambino che non ha visto, l’adolescente che non ha meditato, hanno perso un’occasione per avvicinarsi di più al senso ultimo dell’esistenza. Se viviamo nella distrazione, moriremo nell’insensatezza.Fonte