Per Cristiana costruiamo il Paradiso

Se il paradiso non esistesse, dovremmo costruirlo subito dinanzi al corpo inerme e inerte di Cristiana, la bimba dal sorriso aperto, avvolta da una bara bianca, venuta da lontano, sottratta agli occhi dei genitori, dei nonni, dei familiari e delle compagne.

Giungendo a Nardò, non ha riempito di gioia la sua casa né ha giocato tra i banchi della scuola; non ha sostato sulla riva del mare a costruire castelli né ha volteggiato nella sala da ballo; non ha pregato, innocentemente compunta, tra i banchi della chiesa né, vezzosa signorinella, si è aggirata tra i negozi.

Eppure avrebbe voluto rifugiarsi tra le braccia dei genitori ed esplodere di entusiasmo alle carezze dei nonni; guardare estasiata e contenta il suo caro fratello Alessio e sorridere alle amichette e agli amichetti; ridere dinanzi ai cartoni animati; piangere per qualche richiesta non soddisfatta e stringere la sua bambola preferita; ripercorrere le strade del suo paese e del suo quartiere; uscire di casa, orgogliosa con la mano nella mano di mamma Fabiana o in braccio a papà Gianni, e, con stupore, guardare la vita, che gioiosa del presente e piena di futuro la circondava.

Il sogno si è trasformato in un incubo, che, per la sua innocenza, non è stato avvertito fino all’angoscia, se non espressa in una semplice e più tragicamente lancinante invocazione di essere stanca di soffrire in questa vita, dopo che proprio questa, ingrata, ad un certo punto aveva spezzato la serenità della crescita, lacerato la tenera bellezza, sfilacciato il ricamo dei suoi pochi anni e non fatto altro che consegnare le ore future alle grandi sofferenze e alle piccole privazioni, alla sua dolce tenerezza e al suo corpicino incomprensibili e insostenibili.

Dietro l’angolo dei suoi primi dieci anni non si è aperto un sentiero di fiori e di profumi illuminato da luce splendida, ma si è spalancato un baratro oscuro, nel quale è precipitata, nel quale ha lottato fino al martirio e nel quale, però, è riuscita ad accendere una lampada, alimentata dalla sua innocente sofferenza, dalle lacrime inconsolabili dei suoi cari, dalla ricerca affannosa dei medici e dalla trepidazione di tanti amici.

Una lampada di una bambina indifesa, che aveva bisogno di semplice carezze e di fiduciose attenzioni e che non ha avuto il tempo per sognare almeno la sua adolescenza!

Dinanzi alla vitalità di Cristiana la scienza, impotente, ha piegato la testa, a volte superba; dinanzi al sorriso di Cristiana i familiari, affranti, hanno nascosto le proprie lacrime, costantemente angoscianti; dinanzi alla fragilità di Cristiana, l’uomo, stupito, si è ritrovato solo in un deserto, sentendo quanto piccolo piccolo il suo essere fosse.

Su tutto e su tutti, dinanzi allo straziato corpicino esanime e dinanzi alla bara bianca, il tempo è stato cadenzato, con eco misteriosamente diffusa in tutta la chiesa, da una martellante domanda: Ma perché?

Un perché che ci si chiede dinanzi ad ogni tragedia e, più intenso e squillante, dinanzi alla morte di un figlio: un figlio appena nato o appena adolescente; un figlio che corre sulle strade a rappresentare la sua corsa verso la vita; un figlio che è genitore e non potrà contribuire a realizzare il sogno dei suoi figli.

Un perché che, pur nella sua tragicità, sgorga dalla certezza che ogni corpo, avvolto dalla morte, non distrugge la persona: sarebbe una gravissima ingiustizia.

Cristiana ha assaporato la vita e non può non essere che eterna, ancor più felice quanto più è stata crudele la sofferenza.

Un perché, che, attraversa la lampada del baratro di Cristiana, manifesta l’inutilità dei nostri egoismi, dei nostri gretti interessi, del nostro edonismo, dei nostri arrivismi, della nostra indifferenza, della nostra superbia, della nostra cattiveria, della nostra cupidigia, del nostro disimpegno, delle nostre ipocrisie, della nostra incredulità…

Ma non perdiamo tempo, costruiamo subito il paradiso!

Lì, Cristiana, la bimba dal sorriso giulivo, e con lei tanti e tanti bambini possono aprire le proprie ali di angeli e volare sui prati fioriti, sulle onde azzurre del mare, sui verdi boschi ondeggianti e tra le bianche nuvole, seminando con i loro visi innocenti sorrisi e carezze nei cuori di coloro che non hanno avuto il tempo di godere di loro sulla terra.

Mario Mennonna

fonte

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