Digital Media in aree di guerra

di Pamela Schirru

23 marzo 2013WEB

Lo sviluppo del web 2.0 e l’emergere dei social network come mezzo di comunicazione globale ha generato il dibattito sulla loro influenza sugli equilibri politici di uno Stato. “Facebook e Twitter non rovesciano dittature, ma possono comunque connettere le coscienze, favorire l’organizzazione delle proteste, convogliare le rivendicazioni e raccontare al resto del mondo ciò che accade durante una rivoluzione”. È stato questo il messaggio lanciato giovedì dal Ministro degli Esteri, Giulio Terzi, nell’ambito del seminario “Digital Media in aree di guerra”, organizzato presso la Sala Convegni Internazionali della Farnesina. Una tavola rotonda alla quale hanno partecipato esperti di “digital diplomacy”, giornalisti inviati in zone di conflitto e studenti di alcuni licei romani. Ma nell’era dei social – media, delle interconnessioni globali, dell’impiego massiccio di smartphone, anche il modo di raccontare i conflitti e le crisi internazionali è mutato. Gli esempi più significativi di “citizen journalism” sono giunti in larga parte dai Paesi coinvolti nella cosiddetta Primavera Araba. Numerosi i video, le immagini e le notizie postate sulla rete da utenti tunisini, libici o egiziani. Ma non sempre uno smartphone fa “primavera”, e non sempre è valida l’equazione “diffusione dei social media = possibili cambiamenti sociali”.

Per un verso, i social network possiedono delle grandi qualità: mobilitano, aggregano masse di utenti, diffondono messaggi e notizie a una velocità superiore rispetto ai media tradizionali, permettono una diffusione globale. Per altri verso, la loro efficacia o meno dipende essenzialmente dal modo in cui vengono impiegati o da chi vengono controllati. In che modo i social network (compresi i blog) possono rivelarsi utili al cambiamento politico o sociale? Nel 2009, in occasione delle rivolte iraniane, i media occidentali coniarono l’espressione “Twitter Revolution”, per spiegare il flusso di tweet inviati sulla rete. Ma da allora ad oggi, non si è verificata nessuna rivoluzione grazie a Twitter, e la Repubblica Islamica ha mantenuto inalterato il suo status quo. Nel 2012 Il Berkman Center for Internet e Society di Harvard ha condotto una ricerca sulla blogosfera iraniana, al fine di indagarne gli effetti e l’impatto di Internet sulla società civile e sul processo democratico. In contrasto con le convinzioni dell’opinione pubblica comune, secondo cui la blogosfera iraniana è popolata essenzialmente da critici del regime, la ricerca ha mostrato come in realtà la sfera virtuale iraniana è uno spazio vivace, capace di raccogliere diversi e opposti punti di vista. Dal 2009 ad oggi sono stati censiti 60.000 blog (regolarmente aggiornati), e sono state individuate quattro macro – aree virtuali, così suddivise: secolare/riformista, conservatore/religioso, letteratura/poesia persiana e misti. Il primo include in prevalenza utenti iraniani esiliati all’estero; il secondo si compone di tre distinti sottogruppi, principalmente focalizzati su questioni religiose, ma che non mancano di criticare il regime.

Inoltre, la blogosfera iraniana è la quarta più grande nel mondo virtuale per numero di utenti. Tuttavia, se per un verso rappresenta un mondo vivace, dall’altra non è esente dalla censura e dai controlli da parte del regime. Anche per la Primavera Araba è stata coniata l’espressione “social media revolution” e numerosi sono stati gli studi condotti sul web, al fine di verificare o meno l’impatto dei social network sugli equilibri interni dei paesi coinvolti. Un team di ricercatori guidati dal prof. Philip Howard, associato in comunicazione presso l’Università di Washington ha analizzato più di tre milioni di tweet, migliaia di blog e centinaia di video su You Tube per valutare l’influenza o meno dei social media sulle rivolte arabe. “Ad esempio – ha spiegato il prof Howard – nella settimana prima delle dimissioni del presidente egiziano Hosni Mubarak, il numero totale di tweet che auspicavano il cambiamento politico è lievitato di dieci volte. Anche i video con le proteste e i commenti politici sono spesso diventati virali, arrivando a totalizzare cinque milioni e mezzo di visualizzazioni”. Sempre in Egitto, rileva la ricerca, nelle due settimane che hanno seguito le dimissioni di Mubarak, è stata registrata una media di 2400 tweet al giorno da parte degli utenti. Lo stesso è accaduto in Tunisia. Il 20% dei blog che alimentano la dimensione virtuale tunisina hanno valutato la leadership di Ben Alì, il giorno in cui il presidente ha rassegnato le dimissioni, rispetto al 5% del mese precedente. Dopo le dimissioni, i tweet inviati sulla rete sfioravano i 2000 al giorno e la parola maggiormente usata era proprio “rivoluzione”. Anche la rete ha i suoi lati oscuri. Se negli attuali scenari di crisi internazionale, i social media hanno documentato ciò che i media convenzionali non sono riusciti ad arrivare, dall’altra non sono mancati aspetti negativi. Con l’uso massiccio e massificato della rete, come “un magma indistinguibile”, è aumentato il rischio di notizie infondate.

Per citare un esempio, il sequestro ad opera del regime di Damasco della blogger siriano – americana, Amina Arraf, che nel 2011 gestiva un blog molto seguito sugli eventi in Siria. Dietro questa identità virtuale si nascondeva in realtà un cittadino americano. La notizia del sequestro venne ripresa da autorevoli testate, le quali si fidarono del blog come fonte di informazione, e rimbalzò sui social network dove si scatenarono appelli e mobilitazioni in suo favore. Altro rischio è la banalizzazione dei racconti dal fronte di guerra, e l’assuefazione ai video (spesso cruenti) postati sulla rete. Se è vero che “su Internet non si scrive con la matita, ma con l’inchiostro”, per citare un commento dello stesso fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, a proposito della persistenza delle informazioni sul web, dall’altra è pur vero “che comunicare l’un l’altro, scambiarsi informazioni è natura, ma tenere conto delle informazioni che ci vengono date è cultura”, per concludere con una frase di Joahnn Wolfang Goethe.Fonte

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