storie di aids, miseria e morte nelle fotografie di Darcy Padilla

Darcy Padilla ha iniziato con la ‘gavetta’, quella dura: oltre una decina di stage, compresi il New York Times e il Washington Post. Ma Padilla scalpitava, c’era un grande sogno, una passione dentro di lei che non riusciva a nascondere e che le ha fatto preferire la carriera da fotografa freelance: dedicarsi a progetti documentaristici.

L’incontro con l’AIDS è avvenuto presto, nel reparto di isolamento del carcere di massima sicurezza a Vacaville in California: ha iniziato fotografando i malati. Il suo primo progetto, durato un anno e mezzo, le ha permesso di vincere il primo riconoscimento, un Alexia Foundation for World Peace – Professional Grant.

Ha così proseguito lavorando a San Francisco, scattando fotografie in uno dei quartieri più poveri dominato da hotel dove il viavai dei corpi raccontava di solitudine e povertà. Ha così rintracciato e immortalato alcune storie dove il virus dell’HIV aveva spezzato famiglie e vite. Il nuovo progetto ha ricevuto un John Simon Guggenheim Memorial Foundation, Fellowship.

Più dei premi, però, dei riconoscimenti internazionali e i plausi: sono le immagini realizzate da Darcy Padilla che dicono del suo talento, dell’empatica capacità creativa di fermare il tempo su scene strazianti, dure, crude e spogliate da ogni possibile pre-impostazione.

Il suo lavoro più famoso è durato ben diciotto anni: the Julie Project.
Le è bastato l’incontro con una diciannovenne, era fine gennaio 1993, nel noto Hotel Ambassador, a San Francisco. Noto perché era ormai un edificio fatiscente dove vivevano di frequente e per brevi periodi malati di AIDS. Julie, la diciannovenne, ha un neonato di circa otto giorni in braccio. Da quest’incontro è nato un percorso fotografico che ha unito Padilla a Julie, una donna dalla vita durissima, costellata di abusi, povertà estrema, l’alcolismo della madre fino alla tossicodipendenza a quindici anni.

Darcy Padilla ha fotografato alcuni scorci della vita di Julie per diciotto anni, un tempo in apparenza lungo, un progetto che ha richiesto pazienza, costanza, rispetto. Era necessario spogliarsi da ogni ipotesi, preconcetto, struttura.

Il risultato è rintracciabile anche online, ed è un documento d’una crudeltà disarmante, dove i corpi, i luoghi e i gesti sono nudi oltre l’immaginabile: http://www.darcypadilla.com/thejulieproject/intro.html.

Suggerisco di seguire la mappa del sito web, Padilla ha rigorosamente documentato con fotografie e parole a introdurre e aggiungere gli scenari in evoluzione, nel corso degli anni da quel 1993 in cui è iniziato tutto.

Una scansione temporale, dunque, dove l’artista ha costruito e liberamente diffuso online i contenuti fotografici realizzati in una struttura che risulta affine alle divulgazioni epistolari – quasi un diario aperto al mondo – laddove gli scatti sono accompagnati da annotazioni a rafforzare ciò che la fotografa ha vissuto, entrando nelle case e nelle stanze dove Julie è cresciuta, è diventata madre, amante, malata fino alla morte.

L’ultimo capitolo di questo progetto è senza dubbio uno dei più strazianti: ‘Prepare for the end of Life’ inizia il 7 settembre e si conclude il 27 settembre 2010 con l’attestato dattilografato che certifica l’avvenuto morte di Julie, a 36 anni.

Nel progetto assieme alle immagini e le parole dell’artista, sono stati inserite brevi registrazioni audio.

Non c’è dubbio che si tratta di un progetto artistico che va oltre la fotografia o meglio: che attraverso la fotografia dirama l’attenzione ovunque, tra corpi, nudità, fragilità estreme, suoni, fino ai riscontri diretti dell’autrice stessa che entra nel progetto come parte in causa, non mero strumento di registrazione.

Alcuni scatti del progetto erano visibili, dal 28 settembre al 2 novembre 2012, in una mostra allo spazio 10b Photography di Roma, in collaborazione con il Festival della Fotografia Etica. Nella speranza che presto sia possibile assistere dal vivo alle fotografie di Darcy Padilla in Italia.

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