Uganda:Entro natale una legge anti gay:ergastolo e pena di morte

“Per Natale vi regalo una legge anti-gay”

 Il Presidente dell’Uganda si sente “magnanimo”

"Per Natale vi regalo una legge anti-gay"

 

Il presidente dell’Uganda quest’anno a Natale regala ai suoi cittadini una legge “anti-gay”. Ecco cosa prevede.

 

IL CASO – Pena di morte o ergastolo dipende dalle circostanze: queste sono le novità per gli omosessuali che vivono in Uganda. La legge dovrebbe passare entro la fine dell’anno, nonostante le polemiche della comunità internazionale che hanno visto l’indignazione in prima linea del presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

IL REGALO – “I cittadini vogliono questa legge come un regalo di Natale e noi vogliamo darglielo”, sono le parole che arrivano dal parlamento. L’attuale legislazione definisce già reato penale il sesso tra omosessuali, il nuovo disegno di legge vieta la “promozione” dei diritti gay e punisce chiunque tenti di lasciare spazio all’omosessualità. L’amore tra persone dello stesso sesso è un problema serio in Africa: è illegale in 37 paesi del continente.

LA PAURA – I cittadini gay temono la prigione, le violenze e non hanno certezze in campo lavorativo perché se scoperti perderebbero immediatamente il posto. Se la legge passa, l’amore si pagherebbe con la morte o con il carcere a vita e i cittadini condannati a simili crudeltà non riceverebbero esattamente un “regalo di natale” ha commentato Emma Ruby-Sachs di Avaaz. Anche il ministro degli Esteri canadese ha criticato la posizione dell’Uganda contro i gay, ha riferito Reuters.

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Sposarsi a sei anni.La storia di Bibi Roza

Bibi Roza, una bambina di sei anni del villaggio pakistano di Ashari, nella Valle dello Swat, è destinata ad andare in sposa a un uomo adulto, perché la “jirga”, l’assemblea del suo villaggio, così ha deciso.

In Pakistan e in Afghanistan l’usanza di concedere in matrimonio ragazze o bambine a membri di famiglie rivali si chiama “Swara” ed è usata a titolo di risarcimento o per dirimere una diatriba familiare. Pratica odiosa, inumana, considerata sacra in molte zone del Paese e ancora fortemente in voga fra le tribù Pashtun, nonostante ripetuti tentativi di abolizione da parte delle autorità centrali.
La “Swara” prevede che in caso di dissidio fra due clan rivali, l’assemblea del villaggio, la “jirga” appunto, può stabilire che una giovane donna venga concessa in sposa a un membro della famiglia lesa, a titolo di risarcimento, come si farebbe con una somma di denaro o con una merce. Se questo pegno di pace umano non mantiene il proprio impegno, se si oppone al matrimonio o tenta di fuggire, scatta implacabile la punizione, come è successo a Zarmina Bibi di 19 anni e a Tayyaba Begum di 20 anni, avvelenate rispettivamente dal cognato e dai suoceri per aver cercato di spezzare quelle invisibili catene che le tenevano in schiavitù.

Leggo la notizia del matrimonio di Bibi Roza in internet nei giorni scorsi, sui nostri organi di stampa non trova spazio. Penso inevitabilmente a mia figlia, alle giornate spensierate dei suoi primi anni, alla sua infanzia “normale” di “normale” bambina occidentale. Mi viene alla mente l’eco mediatica che – giustamente – accompagna le violazioni dei diritti umani e gli abusi su minori in Europa. Di rimbalzo il mio pensiero va al silenzio assordante nel quale ad altre longitudini si consumano quotidianamente fatti come quelli di Biba Roza, Zarmina Bibi, Tayyaba Begum, senza che questo risulti inaccettabile ai nostri occhi, senza che la nostra coscienza sussulti per una dignità umana che varia con il variare delle coordinate geografiche.

Sto per postare queste mie riflessioni quando giunge la notizia che le autorità pakistane hanno sospeso in queste ultime ore la decisione della “jirga” del villaggio di Ashari. Bibi Roza, la sposa-bambina del Pakistan, vede allontanarsi, per il momento, un destino che per lei appariva segnato. Il suo diritto all’infanzia, quello è invece ancora tutto da conquistare. 

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